Starbucks o non Starbucks questo è il problema (ma la domanda è malposta)

Si mormora che la famosa catena Starbucks arriverà presto in Italia. L’ingresso del noto brand nel Belpaese, con le sue poltroncine piene di manager indaffarati sui loro Mac e gli appartenenti allo star-system che portano in giro i suoi bicchieroni con caffè americano di pessima qualità, ha già scatenato la polemica sui social, dove strenui difensori dell’espresso nostrano battibeccano da giorni con i sostenitori della libertà di scelta e consumo.

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Piccolo avviso ai naviganti: il problema di Starbucks non è che il suo caffè non sia paragonabile a quello della mamma o che con il costo di un blueberry muffin ci si fa colazione una settimana al Bar di Gigi sotto casa.

Non è la cultura del caffè a rischio, ma, come sempre in questi casi, quella del lavoro e della salute.

Negli Stati Uniti un dipendente della catena (“barista”) guadagna dai 7 ai 10 dollari al massimo all’ora; è stimato che i salari con i quali è possibile vivere senza lottare con la soglia di povertà sono quelli intorno ai 15 dollari all’ora. Starbucks è una multinazionale ad altissimo ritorno sul valore aggiunto del prodotto, i suoi prezzi sono talmente alti rispetto al costo di materie prime e lavorazione che possono permettersi senza problemi di pagare i propri manager 10285 dollari all’ora.
Per quanto ancora saremo disposti a tollerare che un amministratore delegato, per quanto bravo, guadagni mille volte il salario di un dipendente? non è solo immorale, ma è soprattutto antieconomico perchè l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze è una delle maggiori cause di freno alla crescita di un paese.

Ma non è finita qui.

Questa Tabella mostra un “rating” da A a F calcolato sull’uso degli antibiotici presenti nel cibo servito da queste note catene. (qui lo studio di provenienza dei dati) A sono le catene che non usano antibiotici nelle loro preparazioni o hanno una politica all’avanguardia nel supervisionare il loro uso e F quelle che non hanno adottato nessuna politica in proposito.

antibiotici nel cibo

La questione degli antibiotici nel cibo non è da sottovalutare.
In questi giorni si è diffuso un grande e fondato allarmismo a causa della scelta di molti genitori di non vaccinare i propri figli, decisione nefasta per la collettività visti i conseguenti ritorni di malattie che grazie ai vaccini erano state debellate.
Allo stesso modo l’assunzione di antibiotici nel cibo abitua il nostro corpo e i batteri nocivi a queste sostanze; i batteri sviluppano quindi resistenza alla loro azione curativa e nel momento dell’infezione questi antibiotici non avranno più effetti positivi sulla malattia perchè ormai il batterio vi è diventato resistente. Il rischio è di rendere obsoleti moltissimi farmaci e far sviluppare “degli anticorpi” nei loro confronti, che ci impediranno di beneficiarne nel momento del bisogno unitamente al danno di assumerli quotidianamente quando non ce ne sarebbe alcun bisogno.

Inoltre, anche se non si mangia carne o non ci si reca in queste catene di ristorazione, i produttori che non hanno una politica di controllo sugli antibiotici finiscono per inquinare comunque l’acqua e il suolo con effetti anche su chi normalmente non si piega alle logiche di queste multinazionali.

Insomma, come spesso accade nel dibattito pubblico italiano, si discute del dito senza vedere la luna. Ancora una volta le barricate all’ingresso di Starbucks nel mercato italiano non andrebbero fatte per proteggere il “Made in Italy” o la preferenza per questa o quella tradizione, ma bisognerebbe mobilitarsi per chiedere che le normative in materia di salari minimi e diritti dei lavoratori siano stringenti anche per questi colossi, e i controlli, le leggi e le sanzioni in materia di salute e sostenibilità della produzione tengano alta l’asticella degli standard qualitativi.

C’è in gioco molto più della diatriba tazzina vs. beverone.

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