Marchionne perde il referendum, il manager di Air France perde la maglia, e noi stiamo perdendo la pazienza.

Han fatto il giro del mondo le immagini dei manager di Air France che scappano dai propri dipendenti infuriati per il nuovo piano aziendale che taglia 2900 posti di lavoro.

L’erosione della credibilità dei corpi intermedi come interlocutori e dei lavoratori e del capitale, lascia intere classi sociali con la protesta violenta come unica opzione per esprimere dissenso.
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E’ di questi giorni la notizia che Sergio Marchionne, nostra vecchia conoscenza, ha perso il referendum nel quale i lavoratori del gruppo Fiat Chrysler negli States dovevano accettare o rigettare l’accordo che egli ha siglato con il maggior sindacato statunitense degli automobilisti. L’accordo è stato bocciato dal 65% dei lavoratori perchè manteneva gli stupendi di tutti coloro che sono considerati “neo assunti” fra i 16 e i 19 dollari all’ora invece dei 28 dei precedenti impiegati, con turni massacranti.
L’azienda aveva tagliato i salari a causa della crisi del settore con un accordo siglato anche dal governo Obama, ma ora che ha ricominciato a far profitti i lavoratori non capiscono perchè venga chiesto loro di continuare a prender parte sempre e solo alle perdite e mai alle vincite. Il 7 ottobre a mezzanotte parte lo sciopero.

E’ un problema antico.
Se fino a qualche decennio fa un manager guadagnava 20-30 volte lo stipendio di un suo dipendente, oggi l’ordine di grandezza è di mille volte tanto. Il valore di questi stipendi non deriva da reali profitti portati all’azienda perchè, anche quando questi compensi sono agganciati al valore di borsa delle azioni dell’azienda che si dirige, queste sono soggette alla volatilità del mercato, a meccanismi di rialzo e ribasso dovuti ad annunci, fusioni, piani aziendali finalizzati appunto a massimizzarne il rendimento in borsa, non necessariamente ad aumentare la competitività reale della company.epa04419016 Fiat-Chrysler (FCA) Chief Executive Sergio Marchionne (R) greets Italian Prime Minister Matteo Renzi (C) at the Fiat-Chrysler World Headquarters in Auburn Hills, Michigan, USA, 26 September 2014. EPA/RENA LAVERTY

A pagare per le scelte del management sono sempre solo i lavoratori. Anche in casi di conclamata gestione disastrosa i dirigenti escono da un’azienda con una buona uscita a nove zeri per ricollocarsi overnight, mentre i lavoratori rischiano ormai non solo l’espulsione da una realtà produttiva, ma dall’intero mercato del lavoro.

E la politica che fa?

La BBC titolava ironicamente “Shirtless Manager” sul video della vicenda Air France, e mentre non sappiamo quanti fra gli appartenenti alla classe media mondiale si son sentiti in vena di solidarizzare con il fuggitivo, il premier francese socialista Valls si è affrettato a mandare il proprio sostegno….alla dirigenza appunto.

Obama dal canto suo, nei giorni del referendum che ha detto no a Marchionne, festeggiava la conclusione del TPP: trattato di libero scambio fra USA e paesi del Pacifico (primo fra tutti il Giappone, che rientra nella strategia geopolitica statunitense in funzione anticinese). Questo trattato non solo prevede un sistema di arbitrato internazionale privato, grazie al quale le multinazionali possono citare in giudizio stati che non permettano loro di accedere ai propri mercati a causa di leggi con standard qualitativi diversi da quelli dei prodotti che l’azienda vorrebbe esportare, ma condanna i lavoratori a veder ridotti diritti e salari fino ad essere equiparati ai livelli presenti nel paese membro dell’accordo in cui hanno condizioni peggiori.
Un altro fenomeno antico: per decenni i capitalisti USA hanno delocalizzato la produzione in Messico per pagare salari più bassi, con la diretta conseguenza di far tendere al ribasso anche quelli nel territorio statunitense stesso, sotto la costante minaccia di spostare la fabbrichetta altrove.  Minaccia che pare abbia usato anche Marchionne.
Donald Trump, uno dei probabili avversari dei democratici nella sfida per la Casa Bianca, miliardario misogino xenofobo e senza peli sulla lingua, riscuote consenso anche dicendo che lui, le frotte di emigranti messicani che cercano di entrare negli USA le respingerà. Proprio come Salvini e i neofascisti in Europa prima fanno fortuna elettorale sui fenomeni migratori, e poi votano al Parlamento Europeo per non redistribuire i migranti fra i paesi dell’Unione, così da creare un “effetto emergenza” in quelli nei quali vengono eletti.
La sinistra o quel che ne resta, è strutturalmente inadatta a contrastare questi fenomeni, perchè in buona parte ha contribuito a crearli: il NAFTA, accordo che ha permesso di usare il Messico come terra di delocalizzazione selvaggia funzionale al dumping sul lavoro, lo ha voluto Clinton. E il TPP che estende lo stesso meccanismo all’asse Pacifico lo ha voluto Obama, osteggiato solo da prestigiosi economisti (Stiglitz in primis) e da Bernie Sanders.

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Vedete, cari potenti che create miseria, un giorno la miseria potrebbe bussare alla vostra porta e non basterà dire “no mi spiace, sono senza spiccioli”.

quanto a noi: What’s Left? La paziente opera di riorganizzare i lavoratori. la consapevolezza che se si sceglie una parte non si può scegliere anche l’altra, e che la miseria fa comodo solo ai potenti che la creano. Ma essere poveri, precari, sfruttati, non vuol dire necessariamente essere miserabili. La lotta ha una nobiltà tutta sua, e come diceva Sartre:

La rivoluzione non è questione di merito, ma di efficacia, e non v’è cielo. C’è del lavoro da fare, ecco tutto.

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