Di uteri, politica e mercificazioni

Diceva un esilarante Guzzanti in Recital, nei panni di Padre Pizarro illustre teologo, che alla Chiesa la vita umana interessa solo dalla concezione al parto, poi c’è un grandissimo “chissenefrega” fino alla morte, quando assume nuovamente importanza. Per noi che facciamo politica però, il Papa (persino questo Papa che è, a mio giudizio, un grande compagno) è un capo di stato straniero, non un’autorità morale. Ho quindi deciso di dirvi qualcosa sull’utero in politica e le politiche degli uteri, perché ha senso ricordarsi su quale palco stia andando in scena il teatrino della discussione sulla maternità surrogata.

 

  • dibattito pubblico: La maternità surrogata in Italia è vietata. Si è discusso di questo tema solo ed esclusivamente per diffondere il panico intorno ad un tema scomodo, al fine di mettere i bastoni fra le ruote all’approvazione della norma della Stepchild Adoption, ossia l’adozione di un bambino che già c’è, da parte del partner del genitore biologico. Ma quanti bambini già ci sono? Se la pratica della gestazione per altri esiste ed è legale in una qualunque parte del mondo, renderla illegale in Italia vuol dire fare come lo struzzo che mette la testa sotto la sabbia per non vedere il pericolo. A fini legislativi non importa né perché una coppia (etero o gay) scelga di concepire così un figlio, né se abbia pagato o meno per farlo: ciò che importa è che quel bambino esiste, vive ama odia desidera e ha diritto ad una famiglia proprio come tutti i bambini concepiti in qualunque altro modo. Inoltre, negando la stepchild e l’adozione alle coppie omosessuali, si legittima in tutto e per tutto il ricorso a questa pratica da parte di chi si trova nella condizione di non avere in patria un’altra via legale per avere figli.  La politica non è l’arte del discernere cosa è giusto e cosa è sbagliato: è la prassi della regolamentazione della vita in comune. Il diritto di un essere umano ad essere trattato come tale non lede i diritti altrui, semmai vale il contrario. è pieno il mondo di motivi per cui indignarvi: iniziate dalle diseguaglianze economiche causate dal capitale internazionale o dai disastri ambientali e sociali causati dall’avarizia delle multinazionali e vedrete che l’indignazione per i gay che vogliono avere una famiglia vi si ridimensiona subito.
  • mercificazione del corpo: Il capolavoro insperato della contemporaneità, consumista e dedita all’osceno, è l’uomo bianco che va a prostitute, le mette incinta e le molla al loro destino, cornifica la moglie, passa le serate su youporn, acquista prodotti inutili solo perché sponsorizzati con a fianco delle tette, e poi dice che la maternità surrogata non può essere a pagamento perché mercifica il corpo della donna. O il caso (centinaia di casi) del medico obiettore di coscienza, che nel pubblico rifiuta di praticare aborti, ma poi nella sua clinica privata si fa pagare ingenti somme per fare questo ed altro. L’utero in affitto è mercificazione del corpo? può essere, in alcuni casi no, in alcuni casi certamente sì. Ma quello che so è che in tutti i casi, nella storia, il prezzo del nostro utero lo avete sempre deciso voi uomini attraverso la più basilare legge economica: quella della domanda e dell’offerta. Certo, mentre vi masturbate sui video non vi fate un problema di coscienza se gli attori sono stati pagati, e con quali contratti lavorano e con quali tutele, o sì? Certo quando le donne abbandonavano i figli illegittimi davanti ai conventi non vi facevate un problema di coscienza per averle ingravidate, né era (è) un problema che si staccassero dal pargoletto appena nato. Gli italiani sono primi nel mondo per turismo sessuale: dove sono i vostri problemi di coscienza con le minorenni thailandesi? E quando le suffragette manifestavano per il diritto di voto, vi facevate problemi di coscienza nello strappare loro i figli che avevano cresciuto e che amavano, solo perché chiedevano l’eguaglianza?
  • femminismo: a proposito di voti, di recente un Ministro della Repubblica è stata applaudita per essersi tolta una giacca, e ha subito approfittato per infilarci una bella battuta sessista sul fatto di non essere rimasta nuda (sottintendendo: come i maschi presenti in sala avrebbero desiderato). Quante altre volte si è verificata questa scena con un Ministro uomo? A memoria mia: mai. Perché non importa quante quote rosa la politica si possa inventare, gli uomini ritengono degni interlocutori solo gli altri uomini, e il gentil sesso un’utile decorazione. Ad oggi, in politica, salvo rarissimi casi, quasi ogni donna che “ce l’ha fatta” è moglie/figlia/amante di qualcuno (modello Clinton), o ha mostrato più virilità di tanti colleghi materialmente dotati di pene (modello Merkel). Certo l’atteggiamento sessista non è un problema solo degli uomini, tante donne arrivate ai vertici nel pubblico e nel privato hanno dato prova di esser là perché donne e non perché valide, e così facendo lo hanno avvallato. Vi siete però mai chiesti quanti uomini “ce l’hanno fatta” solo perché uomini? Sarebbe il minimo auspicabile che prima di riempirsi la bocca con la sacralità dell’utero, si imparasse a rispettare anche tutto il resto della persona che sta intorno all’utero in questione. Friendly reminder che siamo anche portatrici di idee, aspirazioni, bisogni e intenzioni, e non solo di feti.

Suffragette

  • No: non basta la retorica miei cari, né quella del “bella e brava” né quella del “è preparatissima”. Serve prendere seriamente in considerazione cosa si dice quando una donna parla. Serve pagarla lo stesso salario di un uomo, serve non licenziarla se rimane incinta, serve non condannarla se va a letto con chi le pare. A proposito di mercificazione: le donne della classe media spendono nella loro vita quotidiana molto di più degli uomini della stessa estrazione. Immagino che il bombardamento mediatico con il quale si comunica loro che devono essere belle, smart, madri eccezionali, casalinghe perfette, donne in carriera brillanti, sempre sorridenti, sempre profumate, sempre impeccabili non c’entri assolutamente nulla. Esistono atteggiamenti morali condannabili, esistono pratiche di gestazione di dubbia eticità, ma mentre su tutti questi temi la filosofia si interroga, progredisce, e – se la politica fosse così decente da ascoltarla – consiglia, ci sono alcune cose che non sono in dubbio proprio per niente. Una di queste è l’incredibile ipocrisia del dibattito pubblico italiano. Smascherarla e combatterla è l’unico modo per poi, solo poi, affrontare temi complessi quale è quello della maternità surrogata. Nel frattempo, se proprio volete fare una battaglia di civiltà, fate quella per il diritto alla casa di tutte le famiglie che oggi non possono neanche permettersi un tetto, quella per l’eguaglianza dei salari per la stessa mansione fra donne e uomini o fra giovani e adulti, quella per la protezione dei bambini che arrivano in fuga dalla guerra e dall’ISIS, e quella per un sistema economico che non costringa a prostituirsi o ad affittare l’utero ma dia opportunità di lavoro ed emancipazione a tutti e tutte. Insomma, sarebbe meglio se pensaste a come rendere migliore la vita agli uteri che conoscete, invece che blaterare su quelli da far diventare “reato universale”.

Immaginatevi un mondo nel quale ogni donna possa disporre del proprio corpo come desidera, un mondo nel quale non esista la costrizione a prostituirsi e affittare e vendere organi. Un mondo nel quale ogni nuovo nato abbia pari cittadinanza e dignità. Ora, come si suol dire “se avete le palle”, costruiamolo insieme.

Rosa Fioravante

Non è la nostra guerra

Sconforto. Se dovessimo pensare all’emozione che meglio ci descrive dopo i fatti di Parigi.

8 Terroristi con Kalashnikov, giubbotti esplosivi, un ottimo addestramento e determinazione. 5 obbiettivi nella capitale francese e 33 minuti per completare l’operazione. 130 morti, 352 feriti di cui 99 in gravissime condizioni.

Bersaglio “simbolico” della strage: il tempo libero, nel modo che gli occidentali hanno di spenderlo.

Notiamo che il dibattito pubblico legge e valuta l’accaduto esclusivamente in chiave geo-politica: l’ISIS ci ha attaccato nuovamente, ha portato l’orrore nel cuore del nostro continente, da dove viene questa guerra, perchè e come combatterla.

Vediamo anche che ci si divide, prevalentemente, su due interpretazioni:

  • Conservatrice: siamo nel pieno di uno scontro di civiltà, dobbiamo alzare mura culturali e geografiche per proteggerci, preparandoci ad andare militarmente al cuore del problema per sradicarlo.
  • Progressista: terroristi ed islamici sono due cose diverse, non possiamo rinunciare ad una prospettiva liberale e multi-etnica, adoperiamoci per gestire in sicurezza i flussi migratori; i più accorti dicono lavoriamo attraverso l’intelligence per prevenire gli attentati e costruiamo un’intesa diplomatica con Russa, Cina e Iran in grado di ridisegnare gli equilibri dell’area iraqueno-siriana e metterla in sicurezza con un’operazione militare condivisa, e prevalentemente indiretta (sostenendo i soggetti anti-ISIS già presenti sul territorio).

Dovendo esprimerci chiaramente condividiamo la seconda linea di pensiero.

Visto in questa prospettiva, indipendentemente da quale delle due posizioni si scelga, esiste un noi, un nemico ed una guerra.

Il NEMICO

L’Identità del terroristafilm-banlieue-noisey

“Ha un nome ed un’indentita precisa uno dei tre kamikaze che si e’ fatto saltare in aria venerdi’ sera alla sala concerti Bataclan, uccidendo 89 persone. E’ stato identificato dal procutatore di Parigi Francois Molins nel 29enne Omar Ismail Mostefai il deliquente macchiatosi di crimini comuni prima di convertirsi al’islam radicale. Mostefai e’ stato identificato grazie all’impronta digitale del dito indice, unica porzione del suo copro rimasta intatta dopo che ha azionato il giubetto esplosivo che celava sotto i vestiti. Nato il 21 novembre 1985 nel povero sobborgo parigino di Courcouronnes, Mostefai e’ stato condannato per 8 reati non gravi tra il 2004 ed il 2010 ma non ha mai passato un giorno in cella. Il procuratore Molins ha speigato che Mostefai era stato identificato dalla polizia come un obiettivo ad alta priorita’ come estremista radicalizzati nel 2010 ma “non era mai stati implicato in un inchiesta sul terrorismo” prima della strage di venerdi. Gli inquirenti stanno cercando di scoprire se abbia viaggiato in Siria per addestrarsi ed unirsi ad Isis. Il padre ed il fratello 34enne sono stati arrestati. Quest’ultimo si e’ presentato spontaneamente alla polizia dopo aver saputo del ruolo del fratello nella carneficina. Al fratello risulta solo una viaggio in Algeria, anche se aveva rotto i rapporti con Mostefai, che frequentava una moschea a Luce, vicino a Chartres, nellz zona sud-occidentale di Paris. Fonti investigative citate dalla rete all news francese Bfmtv sottolineano che Mostefai era registrato negli elenchi dei servizi segreti come estremista islamico radicalizzato ma non era sotto posto ad alcun tipo di sorveglianza. Nel 2013 era andato in Turchia, punto di passaggio obbligato per raggiungere la Siria dove si sarebbe spostato l’anno successivo. La famiglia era originaria dell’Algeria, il Paese da cui era partito il padre per lavorare e cercare una vita migliore in Francia.”
A guardare bene, in questo identikit compare un ragazzo, francese, delinquentello di periferia, che a 25 anni trova qualcosa che gli cambia la vita.
E’ nato tra noi, è cresciuto tra noi, ed ha studiato nelle nostre scuole. Avrà probabilmente cantato la marseilleis, tifato una squadra di calcio, provato a rimorchiare ragazze in discoteca, preso sbornie e fumato marijuana. Sarà stato trascinato dalla miseria e l’ignoranza nella piccola malavita di periferia, sognando di fare il colpaccio e guadagnarsi la sua fettina di Costa Azzurra in cui invecchiare.
Poi a 25 anni ha trovato qualcosa che era più convincente. In soli 5 ha stravolto la sua esistenza fino a sacrificarla.
Qui non stiamo parlando, quindi, di una persona che viene in armi da un’altra cultura per combatterci, parliamo di uno di noi
che sceglie di diventare il nostro nemico.
come può la prospettiva della jhiad essere più appetibile dello stile di vita libero e liberale degli occidentali?
NOI
Noi, Occidente tradito da questo ragazzo, ferito da questo ragazzo, siamo quelli che hanno inventato la democrazia, cristiani, orgogliosi dello stato di diritto…

Chi vogliamo prendere in giro?

Metà della popolazione in tutti gli stati d’occidente rinuncia al diritto di voto, e le poche volte che decide contro gli interessi economici che han ridotto quegli stessi popoli alla fame, la loro scelta viene prontamente reindirizzata attraverso equilibri istituzionali diversi da quelli usciti dalle urne.

Proprio quelle nostre istituzioni, sono poi così imbevute di valori cristiani che i governi europei han potuto impunemente lasciar annegare migliaia di persone che scappavano dalla fame e dalla violenza (anche e soprattutto quella dell’ISIS) senza soccorrerle; istituzioni di popoli talmente misericordiosi che si son potuti alzare muri di filo spinato e sparare sulle folle di disperati. Noi, che queste istituzioni le abitiamo, tolleriamo che a distanza di mesi ancora non riescano ad accordarsi su dove piazzare i sopravvissuti (un numero irrisorio a confronto del totale dei cittadini europei).

Infine, il nostro stato di diritto è anche quello che consente alla polizia, a Genova, nel 2001, di sequestrare, massacrare di botte e torturare decine di ragazzi innocenti senza che nessuno mai tra quegli aguzzini venga condannato.

Il jhiadista dei fatti di Parigi del resto, come tutti i ragazzi delle banlieue, lo sapeva bene cos’è la prepotenza della polizia, quanto è distante da loro la politica, quanto sia inutile la libertà garantita su carta se non si arriva a fine mese e non si ha una speranza di vita dignitosa, quanto sia difficile trovare un lavoro onesto, superare la discriminazione ed il disprezzo.

Questa è la civiltà occidentale per ragazzi come lui. Ed è un miracolo che siano ancora così pochi ad averla abbandonata.

LA NOSTRA GUERRA

Ecco perchè questa non è la nostra guerra. Non ci riconosciamo in questo Noi. Proprio come quel ragazzo, di questa civiltà occidentale vediamo e viviamo tutte le storture, le contraddizioni, l’infelicità che causa.

Questa civiltà ha creato anche l’atomismo, l’individualismo a cui si risponde cercando il ritorno alla fede, a quell’oppio dei popoli che promette un’emancipazione così diversa da quella promessa da comunismo e socialismo, ideologie che proprio questa civiltà si vanta di aver sconfitto.

il nemico non combatte le storture occidentali, benché la sua retorica lo affermi, le usa: usa twitter, usa i video e gli smartphone. Usa quegli strumenti tecnologici che se non si è alfabetizzati a sufficienza servono per la propaganda e il reclutamento.  Ma abbina a quei mezzi di comunicazione nuovi messaggi antichi e un fine alto, usa proprio quei mezzi che in occidente sono così spesso fonte di maggiore atomizzazione ed espressione di consumismo, per veicolare un messaggio di “tradizione”, di ordine sociale. 

Non ci si può difendere dall’uomo nero senza costruire una civiltà che sia davvero degna di questo nome: garantendo a tutti una casa, un lavoro, l’istruzione, il diritto alla salute e la partecipazione sociale e politica per una democrazia che sia reale.

In Francia oggi si temono i disordini che potrebbe provocare una crescita del Front National, specialmente nelle periferie di quella Parigi ferita, fino ad arrivare al timore di “spedizioni punitive” contro musulmani estranei alla jhiad, ma possibili obiettivi di attacchi solo in virtù della propria fede o provenienza. Le periferie tanto brutte quanto scintillanti sono le città di questo nostro occidente, simbolo della distanza che divide privilegiati e diseredati.

Non vogliamo combattere e dividerci per la fede, per l’etnia o la nazionalità. L’unica divisione che ci pare reale è tra chi possiede troppo e chi troppo poco. E l’unico conflitto accettabile è tra queste due parti. Chi combatte questa battaglia ha già sconfitto la retorica dello Stato Islamico sul martirio religioso e quella degli occidentali in guerra contro il terrore, perchè sa che, in fin dei conti, dopo le stragi, le guerre, le foto dei profili di facebook e i morti di ogni colore, ciò che rimane è la cruda vita reale con pochi privilegiati che stanno sopra ad una massa di povera gente da spremere e mandare in guerra.

Paris Peace

Radicalizzazioni

Negli Stati Uniti d’America stiamo assistendo alle campagne elettorali per le primarie dei due partiti che si contendono il governo del Paese: Democratico e Repubblicano.

Questi due soggetti politici, dalla lunghissima e tortuosa storia, presentano, in occasione di questa contesa elettorale interna, un comune denominatore: in entrambi si gioca una partita tra “sistema” ed “anti-sistema”.

Negli USA è impossibile parlare di “antagonismo” come lo intendiamo in Europa: le realtà di estrema sinistra e di estrema destra sono realmente marginali (anche se non meno pericolose). Eppure esiste un sentimento crescente di insofferenza nei confronti di un ceto politico incancrenito, immobile, asservito al poteri delle lobby.

Sentimento che ha preso coscienza e maturità col picchiare duro della crisi economica e si è materializzato nelle candidature di due outsider: Bernie Sanders nel Partito Democratico e Donald Trump in quello Repubblicano.

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Non si tratta di uno spirito “antagonista”, ma nemmeno di “anti-politica”. Non sono infatti candidature che incarnano una nebulosa “società civile”, con tutta la retorica di onestà, trasparenza, qualunquismo, che sospingono quel genere di movimenti politici.

Si tratta, più che altro, di alterità nei confronti dell’establishment. Di due proposte radicali e critiche nei confronti dei rispettivi partiti e del sistema di potere che incarnano.

Polarizzazione politica negli USA

Questa ricerca del PEW Reasearch Center, mostra come, dal ’94 ad oggi, elettori ed attivisti dei due partiti americani si siano radicalizzati sulle loro posizioni. In media, chi si definisce “liberal” è molto più a sinistra di vent’anni fa. Chi invece ha una fede “conservatrice”, si è spostato a destra.

Da dove nasce questa polarizzazione che ha portato alle candidature di Sanders e Trump? Come e perchè ha preso forma questo sentimento da loro raccolto e rappresentato?

L’interpretazione che diamo parte dagli anni ’90, quando l’intero ceto politico ha cominciato una “corsa verso il centro” per accaparrarsi i voti dei “moderati” (considerati la chiave per la vittoria elettorale) e una volta arrivata, ci si è impantanata.

50 sfumature di palude

Un pantano ideologico in cui si sono persi i ceti sociali di riferimento e gli obbiettivi a lungo termine.

Al centro si sono mischiate le carte, i colori, i supporter e le responsabilità… Parole d’ordine deboli e proposte politiche simili. Tutte sotto il dogma del liberismo e della subalternità al potere economico.

Da lì discende l’immagine dei politici tutti uguali, tutte egualmente corrotti. Un corpo politico in cui a fare la differenza è l’individuo con la sua capacità di apparire “meno peggio”, onesto, concreto.

Si è consolidato nell’ultimo ventennio, quindi, un establishment che rappresenta tutte le sfumature di un grigio ideologico, incapace di far deviare, o di far evolvere, la traiettoria impressa al sistema dal duo Tatcher-Regan nei lontani anni ’80.

La crisi economica, però, ha evidenziato errori ed orrori di quel sistema, di quel grigio, affondando il colpo nella carne viva della classe media americana.

Non solo questione di discontinuità

Dal 2008, con l’esplodere della crisi, le persone si aspettano una politica che risolva i problemi strutturali dell’economia e della società. Una politica di discontinuità forte, un approccio radicale.

Non è quindi il bisogno limitato ad un ricambio generazionale della classe dirigente, è il desiderio di trovare una “visione” nuova che accompagni un nuovo ceto politico.

Ecco che la polarizzazione verso gli “estremi” è ricerca di nuovi (o riscoperti) orizzonti ideologici, come antidoto alla crisi economica, morale, sociale e culturale del modello americano. Accompagnati da politici di dimostrata coerenza e senza macchie di “grigio” alle spalle.

 Ragioni sociali

Questa deriva radicale pare fisiologica non solo per ragioni prettamente politiche: la crisi economica, massacrando la middle class, avvicinando tantissime famiglie ed individui alle soglie di povertà, ha scavato un solco lampante tra l’1% più ricco e tutti gli altri sempre più poveri, sempre meno predisposti ad accettare soluzioni e linguaggi “moderati”.

Se infatti è vero che il XX° Secolo è stato il trionfo dei sistemi democratici in occidente, è anche vero che contemporaneamente è stato il secolo della comparsa di un ceto sociale del tutto inedito: la classe media patrimoniale. Quel 40% di persone che stanno tra il 10% più ricco ed il 50% più povero. Quelle insomma che chiamiamo “benestanti”, i quali hanno la possibilità di accumulare ricchezze col risparmio tali da garantire un patrimonio (tra i 200.000 ed i 400.000 Eur) da trasmettere ai discendenti.

Questo ceto sociale, negli USA, ha rappresentato e rappresenta il nervo dell’elettorato e dell’opinione pubblica. Un nervo (mediamente) “moderato” e affezionato ai toni pacati, ai tradizionali valori americani di libertà e individualismo, concorrenza e merito.

E’ nella sua erosione che, sempre a parer nostro, possiamo trovare le ragioni di una “fuga verso gli estremi” da parte di pezzi consistenti di elettorato. Le ragioni più profonde di fenomeni politici come Trump e Sanders, impensabili fino a qualche anno fa in America.

Starbucks o non Starbucks questo è il problema (ma la domanda è malposta)

Si mormora che la famosa catena Starbucks arriverà presto in Italia. L’ingresso del noto brand nel Belpaese, con le sue poltroncine piene di manager indaffarati sui loro Mac e gli appartenenti allo star-system che portano in giro i suoi bicchieroni con caffè americano di pessima qualità, ha già scatenato la polemica sui social, dove strenui difensori dell’espresso nostrano battibeccano da giorni con i sostenitori della libertà di scelta e consumo.

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Piccolo avviso ai naviganti: il problema di Starbucks non è che il suo caffè non sia paragonabile a quello della mamma o che con il costo di un blueberry muffin ci si fa colazione una settimana al Bar di Gigi sotto casa.

Non è la cultura del caffè a rischio, ma, come sempre in questi casi, quella del lavoro e della salute.

Negli Stati Uniti un dipendente della catena (“barista”) guadagna dai 7 ai 10 dollari al massimo all’ora; è stimato che i salari con i quali è possibile vivere senza lottare con la soglia di povertà sono quelli intorno ai 15 dollari all’ora. Starbucks è una multinazionale ad altissimo ritorno sul valore aggiunto del prodotto, i suoi prezzi sono talmente alti rispetto al costo di materie prime e lavorazione che possono permettersi senza problemi di pagare i propri manager 10285 dollari all’ora.
Per quanto ancora saremo disposti a tollerare che un amministratore delegato, per quanto bravo, guadagni mille volte il salario di un dipendente? non è solo immorale, ma è soprattutto antieconomico perchè l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze è una delle maggiori cause di freno alla crescita di un paese.

Ma non è finita qui.

Questa Tabella mostra un “rating” da A a F calcolato sull’uso degli antibiotici presenti nel cibo servito da queste note catene. (qui lo studio di provenienza dei dati) A sono le catene che non usano antibiotici nelle loro preparazioni o hanno una politica all’avanguardia nel supervisionare il loro uso e F quelle che non hanno adottato nessuna politica in proposito.

antibiotici nel cibo

La questione degli antibiotici nel cibo non è da sottovalutare.
In questi giorni si è diffuso un grande e fondato allarmismo a causa della scelta di molti genitori di non vaccinare i propri figli, decisione nefasta per la collettività visti i conseguenti ritorni di malattie che grazie ai vaccini erano state debellate.
Allo stesso modo l’assunzione di antibiotici nel cibo abitua il nostro corpo e i batteri nocivi a queste sostanze; i batteri sviluppano quindi resistenza alla loro azione curativa e nel momento dell’infezione questi antibiotici non avranno più effetti positivi sulla malattia perchè ormai il batterio vi è diventato resistente. Il rischio è di rendere obsoleti moltissimi farmaci e far sviluppare “degli anticorpi” nei loro confronti, che ci impediranno di beneficiarne nel momento del bisogno unitamente al danno di assumerli quotidianamente quando non ce ne sarebbe alcun bisogno.

Inoltre, anche se non si mangia carne o non ci si reca in queste catene di ristorazione, i produttori che non hanno una politica di controllo sugli antibiotici finiscono per inquinare comunque l’acqua e il suolo con effetti anche su chi normalmente non si piega alle logiche di queste multinazionali.

Insomma, come spesso accade nel dibattito pubblico italiano, si discute del dito senza vedere la luna. Ancora una volta le barricate all’ingresso di Starbucks nel mercato italiano non andrebbero fatte per proteggere il “Made in Italy” o la preferenza per questa o quella tradizione, ma bisognerebbe mobilitarsi per chiedere che le normative in materia di salari minimi e diritti dei lavoratori siano stringenti anche per questi colossi, e i controlli, le leggi e le sanzioni in materia di salute e sostenibilità della produzione tengano alta l’asticella degli standard qualitativi.

C’è in gioco molto più della diatriba tazzina vs. beverone.

Contrattazione collettiva: questa (moribonda) sconosciuta.

Rimbalzano, timidamente, le voci e le notizie sulla riforma della contrattazione collettiva e della rappresentanza sindacale.

Senza dubbio l’autunno è già pieno di cose che cadono: le foglie, Marino, l’impianto costituzionale… Ma ci interessa (e spaventa), ancora di più, quella partita a tre (governo, imprenditori, sindacati) che si sta giocando in queste settimane e che riguarda proprio l’assetto cardine del nostro sistema lavorativo: i contratti collettivi nazionali del lavoro (CCNL).

Una partita nella quale, sembra, volerci scappare il morto.

Proviamo ad immaginarci detective e indagare vittime, colpevoli e movente di questo potenziale delitto.

IDENTIKIT DELLE VITTIME: lavoratore_t

CCNL

“Dimmi cosa fai e ti dirò chi sei”… A seconda delle mansioni per cui vieni assunto e del settore in cui opera il tuo datore di lavoro, ti viene appiccicata un’etichetta con scritto: CCNL X, livello Y (CCNL Commercio, 4° livello, è l’etichetta che si porta dietro un cassiere del supermercato, ad esempio).

Quell’etichetta stabilisce i minimi termini, in tutta Italia, per ogni lavoratore che la possiede, in materia di fruizione di diritti (ferie, malattia, permessi, ecc.) e di retribuzione. In altre parole si può dire che un cassiere di supermercato ad Imola avrà un’inquadramento contrattuale che parte da una base minima uguale a quello di uno a Messina. Con tutto ciò che ne consegue: guadagneranno uguale (se assunti al minimo della retribuzione possibile) e avranno uguale fruizione in materia di diritti (lo stesso numero di giorni di ferie all’anno, lo stesso trattamento in caso di malattia, ecc.).

Esiste una “etichetta”, cioè un CCNL ed un livello collegato, per ogni tipo di lavoro dipendente che esiste nel nostro paese… Il che rende uguale la base minima di trattamento per tutti i lavoratori, in tutta Italia, che fanno quello stesso tipo di lavoro.

Chi ha forgiato questi giganti misteriosi che regolano la nostra vita lavorativa quotidiana? Chi ha il potere di aggiornarli e modificarli?

Nascono e sono frutto della “contrattazione collettiva”. Essa li genera e li modifica.

CONTRATTAZIONE COLLETTIVA

“Uno e tre, per rappresentarli tutti”… La contrattazione collettiva, infatti, non è altro che un confronto tra i tre sindacati “maggiormente rappresentativi” (CGIL-CISL-UIL), con le associazioni di categoria ( Confindustria nel caso degli industriali, Confcommercio per il terziario, ecc.).

Dall’accordo tra sindacati e associazioni di categoria escono i CCNL che valgono per tutti.

MOVENTE, ovvero: pedenarorchè uccidere la contrattazione collettiva.

Per capire il perchè qualcuno potrebbe voler “far fuori” la contrattazione collettiva ed i CCNL, proviamo per un istante ad immaginarci il nostro Paese senza questo sistema:

esisterebbe un salario minimo, calcolato per evitare compensi che non rendano possibile la sussistenza, una garanzia minima di diritti (ferie, malattia, ecc.) uguale per tutti e stabilita per legge, poi, ognun per sé e Dio per chi ci crede.

Il lavoratore sarebbe solo, davanti al datore di lavoro, a concordare le proprie condizioni di assunzione, partendo da un foglio bianco. A condizionare quel foglio: il mercato, la legge della domanda e dell’offerta. “Quante persone come te, io potrei assumere a fare quel lavoro e che mi chiederebbero meno soldi pur di avercelo?”

In un periodo di crisi nera, come quello che stiamo vivendo, è ovvio che gli stipendi crollerebbero perchè ci sono troppe persone disposte a tutto, pur di poter lavorare. Disposte a farsi assumere per una miseria, pur di portarla a casa.

Combinato al JOBS ACT, questo sistema, da al datore di lavoro la possibilità di trattare individualmente coi lavoratori le loro condizioni di assunzione in base al mercato e licenziarli come e quando vuole. Un arbitrio quasi totale.

Cui prodest? A chi giova un modello simile? Ovviamente agli imprenditori…Ai “pochi” insomma. A perderci saranno i “tanti”, divisi in due categorie: quelli che già lavorano (da dipendenti e in regola), che dovranno bussare all’ufficio del capo per rinegoziare a ribasso il loro stipendio onde evitare di essere soppiantati da disoccupati alla disperata ricerca. E quelli che lavorano già adesso per una miseria (finte partita IVA, CO.CO.PRO, lavoratori in nero) o che non lavorano, perchè non potranno mai più ambire a condizioni dignitose.

IL COLPEVOLE: macapitalistandante e sicario.

L’indagine sta per concludersi. Le carte sono scoperte: abbiamo una vittima (la contrattazione collettiva ed i lavoratori/disoccupati) ed un movente (completare la liberalizzazione del mercato del lavoro, iniziata col JOBS ACT, scatenando la contrattazione individuale a ribasso… In altre parole: permettere ai datori di lavoro di assumere pagando quanto vogliono e licenziando quando vogliono).

I colpevoli non possono che essere gli industriali, i capitalisti, i padroni, i ricchi, gli investitori stranieri. Gli unici che ci guadagnano da un delitto simile.

Ma fanno da soli o qualcuno li aiuta?

Io credo che loro siano i mandanti del delitto, mentre è un’altro a sporcarsi le mani… Il governo. Si perchè il gioco è chiaro: il governo dice ad imprenditori e sindacati di sedersi ad un tavolo per riscrivere le regole del gioco (riformare la contrattazione collettiva), i primi rifiutano caparbiamente ogni concessione facendo inasprire la trattativa e tirandola per le lunghe. Il governo si spazientisce e, strizzando l’occhiolino agli imprenditori, dice:”Va bene ci penso io”. Straccia i CCNL e la contrattazione collettiva proiettandoci nello scenario sopra dipinto.

NOTE DI INDAGINE:

Questa vicenda potrebbe chiudere definitivamente la parabola dei “corpi intermedi”. Senza la contrattazione collettiva infatti il loro ruolo “istituzionale” viene meno.

Del resto, sia Confindustria e le altre associazioni di categoria, sia la CGIL e gli altri sindacati, rappresentano sempre meno imprenditori e lavoratori. Sono sempre più carrozzoni oscuri, in preda alle lotte intestine ed alle dinamiche di interesse di pezzetti e pezzettini.

Come per il cittadino, che sente estranee le scelte della politica perchè non trova rappresentanza nell’offerta partitica, il lavoratore sente estranei i frutti di una contrattazione che, seppur va a normare le sue condizioni di lavoro, è condotta da un sindacato in cui non si riconosce, o di cui ignora persino l’esistenza.

E’ palese quindi che il sistema, così, non fosse giusto andasse avanti.

Inoltre la crisi occupazionale è violenta e gravissima. Tantissimi lavoratori sono esclusi dalla tutele del lavoro dipendente nonostante lo svolgano (perchè finte partite IVA, perchè CO.CO.PRO, perchè perenni stagisti ecc.) e l’offerta di lavoro è ridottissima perchè mancano gli investimenti.

Flessibilizzare, disporre poche tutele uguali per tutti e lasciare il resto (la retribuzione in primis) in mano al mercato facendo pure pagare meno tasse a chi assume (la decontribuzione già varata dal governo), sembra essere la strategia di Renzi per cercare di rilanciare l’economia e l’occupazione. Questa strada vedrebbe una grande flessione a ribasso dei salari e delle condizioni di lavoro, un ulteriore step di precarizzazione, fino alla ripresa economica dovuta alla competività acquisita grazie all’abbattimento dei costi e delle tutele.

Ci sentiremo dire che era inevitabile, che c’era bisogno di un sacrificio di tutti, che “il sindacato chi?”, che “tanto anche ora sono sfruttato, malpagato e frustrato…”.

Ma è davvero l’unica scelta possibile?

Assolutamente NO.

Perchè se è vero che la crisi di rappresentanza del sindacato se la deve risolvere il sindacato stesso, riformandosi, è anche vero che un aumento di competitività si può ottenere grazie all’investimento sulla qualità, la produttività, la tecnologia. E se sei al governo, tutto questo, lo puoi fare tramite le politiche sull’istruzione e la ricerca, le infrastrutture ed i trasporti, l’informatizzazione, la semplificazione burocratica, l’efficientamento del sistema giudiziario.

Se per giunta ti definisci di “Sinistra”, per oliare la produttività e la qualità, costruisci attorno al lavoratore un sistema di diritti, tutele, servizi, che gli rendano la qualità della vita più alta possibile.

Infine, per coagulare risorse economiche a finanziamento del welfare state e dei servizi, imposti la fiscalità in maniera fortemente progressiva, andando a drenare ricchezza da chi la possiede ed alleggerendo la pressione sulle fasce basse e medie. Ridurre, insomma, la forbice tra ricchi e poveri, rimpolpando la classe media, combattendo la povertà, riducendo la disugugaglianza.

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Questo farebbe un governo di sinistra trovandosi al bivio in cui si trova Renzi.

Marchionne perde il referendum, il manager di Air France perde la maglia, e noi stiamo perdendo la pazienza.

Han fatto il giro del mondo le immagini dei manager di Air France che scappano dai propri dipendenti infuriati per il nuovo piano aziendale che taglia 2900 posti di lavoro.

L’erosione della credibilità dei corpi intermedi come interlocutori e dei lavoratori e del capitale, lascia intere classi sociali con la protesta violenta come unica opzione per esprimere dissenso.
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E’ di questi giorni la notizia che Sergio Marchionne, nostra vecchia conoscenza, ha perso il referendum nel quale i lavoratori del gruppo Fiat Chrysler negli States dovevano accettare o rigettare l’accordo che egli ha siglato con il maggior sindacato statunitense degli automobilisti. L’accordo è stato bocciato dal 65% dei lavoratori perchè manteneva gli stupendi di tutti coloro che sono considerati “neo assunti” fra i 16 e i 19 dollari all’ora invece dei 28 dei precedenti impiegati, con turni massacranti.
L’azienda aveva tagliato i salari a causa della crisi del settore con un accordo siglato anche dal governo Obama, ma ora che ha ricominciato a far profitti i lavoratori non capiscono perchè venga chiesto loro di continuare a prender parte sempre e solo alle perdite e mai alle vincite. Il 7 ottobre a mezzanotte parte lo sciopero.

E’ un problema antico.
Se fino a qualche decennio fa un manager guadagnava 20-30 volte lo stipendio di un suo dipendente, oggi l’ordine di grandezza è di mille volte tanto. Il valore di questi stipendi non deriva da reali profitti portati all’azienda perchè, anche quando questi compensi sono agganciati al valore di borsa delle azioni dell’azienda che si dirige, queste sono soggette alla volatilità del mercato, a meccanismi di rialzo e ribasso dovuti ad annunci, fusioni, piani aziendali finalizzati appunto a massimizzarne il rendimento in borsa, non necessariamente ad aumentare la competitività reale della company.epa04419016 Fiat-Chrysler (FCA) Chief Executive Sergio Marchionne (R) greets Italian Prime Minister Matteo Renzi (C) at the Fiat-Chrysler World Headquarters in Auburn Hills, Michigan, USA, 26 September 2014. EPA/RENA LAVERTY

A pagare per le scelte del management sono sempre solo i lavoratori. Anche in casi di conclamata gestione disastrosa i dirigenti escono da un’azienda con una buona uscita a nove zeri per ricollocarsi overnight, mentre i lavoratori rischiano ormai non solo l’espulsione da una realtà produttiva, ma dall’intero mercato del lavoro.

E la politica che fa?

La BBC titolava ironicamente “Shirtless Manager” sul video della vicenda Air France, e mentre non sappiamo quanti fra gli appartenenti alla classe media mondiale si son sentiti in vena di solidarizzare con il fuggitivo, il premier francese socialista Valls si è affrettato a mandare il proprio sostegno….alla dirigenza appunto.

Obama dal canto suo, nei giorni del referendum che ha detto no a Marchionne, festeggiava la conclusione del TPP: trattato di libero scambio fra USA e paesi del Pacifico (primo fra tutti il Giappone, che rientra nella strategia geopolitica statunitense in funzione anticinese). Questo trattato non solo prevede un sistema di arbitrato internazionale privato, grazie al quale le multinazionali possono citare in giudizio stati che non permettano loro di accedere ai propri mercati a causa di leggi con standard qualitativi diversi da quelli dei prodotti che l’azienda vorrebbe esportare, ma condanna i lavoratori a veder ridotti diritti e salari fino ad essere equiparati ai livelli presenti nel paese membro dell’accordo in cui hanno condizioni peggiori.
Un altro fenomeno antico: per decenni i capitalisti USA hanno delocalizzato la produzione in Messico per pagare salari più bassi, con la diretta conseguenza di far tendere al ribasso anche quelli nel territorio statunitense stesso, sotto la costante minaccia di spostare la fabbrichetta altrove.  Minaccia che pare abbia usato anche Marchionne.
Donald Trump, uno dei probabili avversari dei democratici nella sfida per la Casa Bianca, miliardario misogino xenofobo e senza peli sulla lingua, riscuote consenso anche dicendo che lui, le frotte di emigranti messicani che cercano di entrare negli USA le respingerà. Proprio come Salvini e i neofascisti in Europa prima fanno fortuna elettorale sui fenomeni migratori, e poi votano al Parlamento Europeo per non redistribuire i migranti fra i paesi dell’Unione, così da creare un “effetto emergenza” in quelli nei quali vengono eletti.
La sinistra o quel che ne resta, è strutturalmente inadatta a contrastare questi fenomeni, perchè in buona parte ha contribuito a crearli: il NAFTA, accordo che ha permesso di usare il Messico come terra di delocalizzazione selvaggia funzionale al dumping sul lavoro, lo ha voluto Clinton. E il TPP che estende lo stesso meccanismo all’asse Pacifico lo ha voluto Obama, osteggiato solo da prestigiosi economisti (Stiglitz in primis) e da Bernie Sanders.

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Vedete, cari potenti che create miseria, un giorno la miseria potrebbe bussare alla vostra porta e non basterà dire “no mi spiace, sono senza spiccioli”.

quanto a noi: What’s Left? La paziente opera di riorganizzare i lavoratori. la consapevolezza che se si sceglie una parte non si può scegliere anche l’altra, e che la miseria fa comodo solo ai potenti che la creano. Ma essere poveri, precari, sfruttati, non vuol dire necessariamente essere miserabili. La lotta ha una nobiltà tutta sua, e come diceva Sartre:

La rivoluzione non è questione di merito, ma di efficacia, e non v’è cielo. C’è del lavoro da fare, ecco tutto.

Per centoundici giorni han detto “non siamo in vendita”

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La National Gallery di Londra, con il suo colonnato prospiciente su Trafalgar Square, è uno dei musei più importanti e affascinanti d’Europa. Lì si possono ammirare opere di Leonardo da Vinci e Turner, Botticelli e Rembrandt, insieme a tanti tanti altri, disposte in un edificio di eccezionale bellezza architettonico-stilistica.

Se foste passati di lì durante gli ultimi 111 giorni, avreste avuto l’occasione di assistere anche ad una performance non così diffusa di questi tempi, titolo: “lavoratori che difendono i propri diritti”.

cropped-cropped-banner1400 (su 600) dipendenti della National Gallery hanno infatti incrociato le braccia dopo l’annuncio della volontà di appaltare ad un privato la gestione della sicurezza e dello staff all’interno del museo. Lo sciopero è stato proclamato per difendere le condizioni contrattuali dei lavoratori nel passaggio fra la gestione pubblica e quella privata e la convinzione che un privato non possa vigilare adeguatamente su opere d’arte patrimonio dell’umanità, nè gestire adeguatamente lo staff che si occupa di amministrare e salvaguardare il buon funzionamento di un museo di tale rilevanza culturale.

Lunedì torneranno a lavorare. Sono state assicurate loro condizioni contrattuali dignitose, il reintegro di una rappresentante dei lavoratori licenziata durante le manifestazioni.  I rapporti con il nuovo direttore della Galleria, Gabriele Finaldi, sembrano buoni.
L’opinione pubblica inglese ha reagito in modo modesto ma significativo. son state raccolte 130000 firme di sostegno alla petizione contro la privatizzazione.

Join the Campaign to defend our museums and galleries and say no to privatisation at the National Gallery

We call for:
• The National Gallery to remain a public service and the privatisation to be halted.
• The Culture, Media and Sport Select Committee to review the running of the Gallery.

https://you.38degrees.org.uk/petitions/no-privatisation-at-national-gallery

jeremycorbynAi lavoratori in sciopero è pervenuta la solidarietà di Jeremy Corbyn, nuovo leader del Labour Party inglese. Egli si è recato a Trafalgar Square a sostenere Candy Udwin che era stata ingiustamente licenziata durante le proteste. Ha rinnovato il suo sostegno ai lavoratori in lotta e la sua strenua opposizione ai tagli che il governo conservatore sta facendo al settore culturale.

Ci dicono che è un’epoca di crisi dei valori, ma noi non ci crediamo: scegliere di stare dalla parte giusta non è mai stato così semplice.

Riforme incostituzionali

Crediamo sia giunto il momento di spiegarvi perchè far girare su facebook questa immagine di Berlinguer, a sostegno delle riforme di Renzi, sia un insulto all’intelligenza:

12038073_10204981435284236_3408655354834225242_nSono almeno trentanni (non certo settanta come dicono il Premier e la ministraBoschi) che si cerca di superare il bicameralismo perfetto? sì. è più razionale avere una sola camera che legiferi più velocemente e senza il consueto ping pong fra le due nella stesura dei testi? sì. Dubitiamo tuttavia che Berlinguer si riferisse all’abbattimento di una camera lasciando la rimanente eletta con un premio di maggioranza “porcellum-style” (sul quale la Corte Costituzionale si è già pronunciata), con soglie di sbarramento “Turchia-style”, composto da nominati nelle segreterie di partito, in partiti che, dimenticato il centralismo democratico che poteva conoscere il PCI, sono ormai alla mercè degli interessi privati grazie all’abolizione del finanziamento pubblico, e di lotte intestine fra bande; lotte comunque molto raramente attinenti a qualche genere di ispirazione ideologica.

Occorre rafforzare il ruolo del Presidente del Consiglio? Forse. Occorre dotarsi di un esecutivo efficiente? E’ auspicabile. Ma cosa ne poteva sapere Berlinguer che chiuse le Frattocchie e la gloriosa scuola DC, la selezione della classe dirigente si sarebbe fatta nella taverna di Arcore ai tempi della sboccata italietta berlusconiana e fra le avvenenti figlie dei finanziatori delle campagne delle primarie nell’Italietta che “cambiaverso”?

Diciamo che, a nostro modesto parere, Berlinguer forse non avrebbe abbracciato entusiasticamente l’idea di mandare in vacca l’intero equilibrio costituzionale con il combinato disposto Italicum+riforma costituzionale: praticamente il partito che arriva primo, che negli scenari migliori rappresenta una esigua minoranza del paese (il 37%  dei votanti quindi il 22% circa del paese considerando l’astensione al 40%), si prende in un colpo solo la maggioranza dell’assemblea parlamentare con la quale controlla il potere legislativo, si elegge da solo il Presidente della Repubblica, capo del Consiglio Superiore della Magistratura, ottenendo così il potere giudiziario e forma il proprio governo attraverso il quale esercitare il potere esecutivo.

Potevate riesumare proprio solo un Berlinguer travisato e decontestualizzato per difendere una schifezza del genere, perchè anche l’ultimo dei liberali griderebbe al colpo di stato per molto ma molto meno.

What’s Left? Di questa vicenda cosa rimane? Rimane uno scempio della democrazia e i toni trionfalistici della sinistra PD che si accontenta di fare emendamenti che di poco o nulla inficiano il piano del Governo, arrendendosi ad una complicità che non fa bene nè ai suoi esponenti nè all’Italia.

Eravamo innamorati del politichese ma ci siamo accorti che fa diventare ciechi.

Era il 1989, Ottobre, quando cadde il muro fra i due mondi, sostituendo alla rivalità fra sistemi contrapposti, l’ideologia unica della fine delle ideologie.

Era il 2001, Settembre, quando dalle TV di tutto il mondo in ogni casa è entrato lo scontro di civiltà sotto forma di fotogrammi delle torri del World Trade Center che si sgretolano.

in questo lasso di tempo non si sono solo consumati anni, ma anche spaziGrazie all’incredibile sviluppo tecnologico dei mezzi di comunicazione e trasporto ciò che prima era distante è diventato prossimo: luoghi, persone, avvenimenti.
Proprio come nella teoria del caos, una farfalla che sbatte le ali a Tokyo ha iniziato a generare uragani a New York.
Sulle due sponde dell’Atlantico, inebriate dalla prospettiva della fine dell’Unione Sovietica e della supremazia del mercato come unica misura della prosperità degli individui e delle organizzazioni, le classi dirigenti del mondo occidentale hanno sposato il “Washington Consensus”: deregolamentare l’economia finanziaria, tagliare il debito sovrano abbattendo il welfare state nazionale attraverso politiche di Austerity e privatizzazioni, liberalizzare gli scambi economici incoraggiare la concorrenza etc.

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La prima conseguenza della deregolamentazione del sistema economico è stata lasciare che l’economia diventasse virtuale, proprio come l’immaginario di intere comunità. Una generazione è stata progressivamente esclusa dalla possibilità di beneficiare del sistema di protezione sociale che aveva sostenuto quelle precedenti, e ha visto la propria condizione di vita approssimarsi sempre più a quella degli abitanti di paesi tradizionalmente considerati poveri; ma soprattutto le è stata preclusa la speranza di potersi plasmare un futuro a propria immagine e somiglianza. Ad un’intera generazione è stato detto che “non c’è alternativa”: allo smantellamento dei diritti dei lavoratori, all’erosione dello Stato Sociale, al cambiamento climatico, al capitalismo, alla concorrenza spietata, ai partiti politici tutti uguali, ai partiti politici corrotti, ai dirigenti d’azienda che guadagnano duemila volte lo stipendio dei propri dipendenti, ai dirigenti d’azienda che comprano i politici. non c’è alternativa ad essere consumatori, telespettatori, passivi fruitori, studenti indebitati, lavoratori precari, soggetti in mobilità.

Era il 2011, Maggio, quando a Madrid sono scesi in piazza gli Indignados, per dire basta alla connivenza dei due maggiori partiti politici (socialista e popolare) con gli interessi delle banche e del capitale finanziario. Alcuni di loro oggi fan parlare di sè sotto il nome di Podemos.

Indignados in Spagna 2011

Era il 2011, Settembre, quando a New York con il motto “We are the 99% (siamo il 99%)” si è riunito per la prima volta il movimento Occupy Wall Street per dire basta all’aumento vertiginoso delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza globale. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, ne ha prima appoggiato le rivendicazioni, e poi ha incoraggiato il movimento ad organizzarsi, pena l’impossibilità di influire sullo scenario politico coevo in modo più incisivo del semplice mandare un messaggio per quanto importante.
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Come è cambiata la distribuzione della ricchezza globale

Il movimento non si è organizzato, ma non per questo l’1% può dormire sonni tranquilli:

Nel mondo anglosassone che ha portato al potere Reagan e la Thatcher sbandierando che la società non esiste perchè ci sono solo individui e famiglie, gli studenti della London School of Economics hanno occupato l’università per protestare contro la dottrina neoliberista pensiero unico dell’ateneo e contro la mercificazione del sapere che quella stessa dottrina propaganda. Ad oggi, i lavoratori della National Gallery di Londra sono in sciopero da 98 giorni contro il progetto di privatizzazione del museo; scioperano non tanto per salvare i propri posti di lavoro ma per salvare il diritto della collettività a possedere le bellezze lì contenute. Negli USA il movimento che chiede che il salario minimo sia alzato a 15 dollari all’ora guadagna consenso ogni giorno, mentre il copione stantio del teatrino della politica americana viene scosso dalla candidatura del canuto Bernie Sanders e della sua campagna contro lo strapotere delle multinazionali.

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è il 2015, Luglio, il popolo greco dice OXI (NO) all’accordo proposto dall’ eurogruppo che prevede la continuazione delle politiche di privatizzazione e tagli alla spesa pubblica già imposti dalla Troika (Fondo Monetario Internazionale, Commissione Europea, BCE), e già dimostratesi fallimentari in tutti i paesi in cui son state applicate.
A Settembre apertamente schierato contro quelle stesse politiche, vince il congresso del Labour Party inglese un vegetariano di comprovata fede socialista, amico dei sindacati e pacifista convinto: Jeremy Corbyn, l’outsider che prova a riportare una grande partito membro del PSE alla realtà.

In tutto questo, What’s Left? Cosa rimane? Una filosofa disoccupata e uno storico precario che cercano di mettere insieme i pezzi di una storia complicata – al tempo della globalizzazione selvaggia – e le persone – al tempo della società liquida – che vogliono cambiarla.